Watermarking digitale: baluardo contro i deepfake e primo passo verso la sovranità digitale

I deepfake non sono più una novità per esperti o un gioco tecnologico. Video, immagini e audio creati artificialmente circolano ormai ovunque e rendono più difficile fidarsi delle informazioni, proteggere la reputazione delle persone e capire cosa è vero e cosa no. Di fronte a questa realtà, la vera sfida non è decidere se intervenire, ma trovare regole che proteggano i cittadini senza frenare l’innovazione.
Le tecnologie di intelligenza artificiale generativa funzionano producendo contenuti che imitano la realtà in modo sempre più convincente. È proprio questa capacità a rendere i deepfake pericolosi: non perché siano “finti” in sé, ma perché rendono rendono difficile capire da dove arrivano i contenuti e se raccontano fatti reali. Quando immagini, parole e video possono essere facilmente creati o modificati, diventa più complicato fidarsi di ciò che vediamo e sentiamo.
Il watermarking digitale offre una risposta semplice a un problema complesso. Inserire nei contenuti generati artificialmente un segno tecnico che ne indichi l’origine non significa censurare, ma rendere trasparente la tecnologia. Questo segno può essere visibile o invisibile, ma deve essere robusto e verificabile. In questo modo, chi riceve un contenuto può sapere se è stato prodotto da un sistema di intelligenza artificiale, senza dover “credere sulla parola” a piattaforme o intermediari.
Il watermarking è un segno tecnico inserito nei contenuti generati da intelligenza artificiale per indicarne l’origine. È integrato dai produttori dei sistemi di IA e riconoscibile tramite strumenti basati su standard comuni. Non esiste un’autorità unica che lo certifica: la sua verifica può essere svolta da piattaforme, giornalisti, tribunali e autorità pubbliche. Il valore del watermarking sta proprio nella possibilità di una verifica diffusa e indipendente.
Il punto centrale è che il watermarking non decide cosa è vero o falso. Serve a dire da dove viene un contenuto e come è stato prodotto. È una distinzione fondamentale, soprattutto in ambito giornalistico, giudiziario e politico. In molti casi, infatti, l’impossibilità di dimostrare l’origine artificiale di un contenuto rende inefficace la tutela dei diritti e favorisce abusi difficili da contrastare. Affidare questa responsabilità agli utenti finali è inefficace e ingiusto. Il watermarking deve essere integrato direttamente nei sistemi di intelligenza artificiale che generano i contenuti. Solo così si può spostare la responsabilità a monte, verso chi sviluppa e mette sul mercato queste tecnologie, secondo un principio di responsabilità “by design”.
C’è infine una questione di sovranità digitale. Senza strumenti pubblici e verificabili, la capacità di stabilire l’affidabilità dei contenuti resta concentrata nelle mani di poche piattaforme private. Il watermarking, soprattutto se basato su standard aperti, restituisce questa capacità allo spazio pubblico, rafforzando il ruolo delle istituzioni, dei media e dei cittadini. Vietare in modo generico non basta. Per contrastare i deepfake servono strumenti che funzionino davvero e scelte politiche consapevoli. Il watermarking non è una soluzione definitiva, ma è il primo argine possibile per riportare trasparenza, fiducia e controllo democratico nello spazio digitale.
Avvocato Luigi todaro
Specializzato nel diritto delle nuove tecnologie