De Carolis: “2033 senza 2026: l’occasione che Viterbo rischia di sprecare”

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VITERBO – Domenica 12 luglio il teatro dell’Unione ha ospitato la festa di lancio della candidatura di Viterbo e della Tuscia a Capitale Europea della Cultura 2033. La sala, in larga parte vuota, ha raccontato una storia. A poche centinaia di metri, piazza San Lorenzo, piena per il Tuscia Film Fest, ne ha raccontata un’altra: il pubblico c’era, era in città, semplicemente non ha riconosciuto in quell’appuntamento qualcosa che lo riguardasse. Il giorno dopo, a Bagnaia, sono stati riaperti al pubblico i giardini di Villa Lante, restituiti alla collettività da un intervento finanziato dall’Unione Europea e condotto dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio e dall’Istituto Ville monumentali della Tuscia. Due giornate consecutive, due immagini opposte di cosa significhi oggi occuparsi di cultura a Viterbo: da un lato una macchina istituzionale che fatica a incontrare la propria città, dall’altro un bene restituito al territorio da un lavoro serio, che non ha avuto bisogno di una passerella per dimostrare il proprio valore.

Non scrivo da semplice osservatore. Ho retto la delega alla Cultura e al Turismo di questo Comune nella scorsa consiliatura, e siedo oggi nell’Osservatorio nazionale del Turismo del Ministero del Turismo. Conosco, per averlo fatto, quanto lavoro quotidiano richieda costruire un’offerta culturale credibile; e osservo, dal punto di vista dei dati nazionali, che cosa il mercato del turismo culturale stia oggi chiedendo a territori come il nostro. È da questa duplice prospettiva che considero quanto sta accadendo a Viterbo non un incidente isolato, ma un metodo. Ed è un metodo che non funziona.

Non è la prima avvisaglia. Già a fine giugno avevo segnalato che la città si avviava all’estate senza un cartellone condiviso, e avevo notato come la delega alla Cultura fosse nei fatti scivolata verso la sola candidatura a Capitale Europea 2033. Non era un rilievo polemico: era la fotografia di una priorità che si sposta dall’ordinario al simbolico, dal 2026 al 2033, come se il secondo potesse esistere senza il primo. Il 12 luglio ha reso quella fotografia definitiva.

Alla vicenda ho dedicato un’interrogazione formale, perché non bastano le impressioni: servono i fatti. Ho chiesto all’amministrazione come giudichi l’esito della manifestazione rispetto agli obiettivi dichiarati; quale sia stato il ruolo reale del Comune nell’organizzazione, dall’ideazione al coinvolgimento dei sindaci della Tuscia; e soprattutto un rendiconto puntuale di tutte le spese sostenute, compreso il compenso riconosciuto alla società incaricata della comunicazione. Il vicesindaco Antoniozzi ha ammesso in aula che l’informazione non è arrivata alla città, attribuendo il flop soprattutto alla scelta della data e dell’orario. È un’ammissione onesta, ma insufficiente: quattro anni di lavoro e diverse centinaia di migliaia di euro investiti non si spiegano con una domenica di luglio scelta male. Si spiegano con l’assenza di un metodo verificabile.

Ed è qui che il ragionamento deve allargarsi, perché il problema non è organizzativo: è strategico. I dati del Ministero del Turismo confermano per l’estate 2026 tassi di saturazione delle strutture ricettive superiori a quelli di Spagna e Francia: l’Italia si conferma tra le mete più competitive d’Europa. La Tuscia ha esattamente gli strumenti per intercettare quella crescita in una direzione che l’intero Paese sta cercando: la destagionalizzazione, la distribuzione dei flussi lungo tutto l’anno attraverso un patrimonio diffuso di ville, giardini, borghi e siti archeologici. Villa Lante lo dimostra: è un asset di questo tipo, restituito alla piena fruizione da un investimento pubblico serio. Ma lo ha attivato lo Stato, non il Comune. Il compito di una politica culturale locale degna di questo nome sarebbe mettere a sistema quel patrimonio con un’offerta turistica strutturata e continuativa. È esattamente il lavoro che manca, sostituito da eventi costruiti per l’annuncio più che per il risultato.

Ed è un lavoro che, nel resto della provincia, in molti casi si sta facendo. Diversi borghi della Tuscia hanno saputo, spesso con risorse ben più contenute di quelle del capoluogo, costruire una visione culturale coerente nel tempo, sostenere con continuità la rete delle associazioni locali e tradurla in ricadute turistiche tutt’altro che marginali. Non serve fare nomi: chi vive il territorio sa bene a cosa mi riferisco, e sa che non si tratta di episodi isolati ma di un metodo. È una differenza di passo che dovrebbe preoccupare, perché rovescia i termini della questione: se il capoluogo, chiamato a fare da capofila di una candidatura che coinvolge 51 comuni, arranca dietro ai territori che dovrebbe guidare, il rischio non è più soltanto un’occasione mancata per Viterbo. È che sia Viterbo, e non il contrario, a frenare la crescita della Tuscia.

La candidatura a Capitale Europea della Cultura 2033 resta, in questo quadro, un’ambizione che merita di essere sostenuta, non liquidata: coinvolge 51 comuni e può davvero rappresentare, se condotta con serietà, il momento in cui la Tuscia impara finalmente a raccontarsi come sistema. Ma un dossier europeo non si vince con un logo e un pomeriggio di spettacoli: si vince con la partecipazione reale e verificabile dei territori, con una regia capace di tenere insieme cultura e turismo tutti i giorni dell’anno, non solo nelle giornate scelte per la comunicazione. Il rischio, altrimenti, non è perdere il titolo nel 2033: è aver bruciato, per arrivarci, anni di lavoro, risorse pubbliche e la fiducia di un territorio che meritava di essere trattato da protagonista.

Viterbo ha davanti una finestra reale. Si apre e si chiude sul metodo, non sugli annunci. È il momento di scegliere quale delle due immagini del 12 e 13 luglio vogliamo che diventi la regola, e quale l’eccezione.

Marco De Carolis
Consigliere comunale FdI Viterbo

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